Maledetti arcobaleni.

 L’informazione in Italia fra shock-doctrine e fame di click

Dopo l’anno appena trascorso e la raffica di notizie a cui siamo stati tutti sottoposti a causa dell’evento mondiale più clamoroso dai tempi della vittoria della Champions League nel 1996 della Juventus, credo sia utile riflettere sul tema dell’informazione e del ruolo che essa occupa nel nostro Paese, attraverso un ragionamento che vuole essere dichiaratamente aperto e condiviso. 

È interessante partire da un’infografica pubblicata dall’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), in collaborazione con Ipsos, per l’annuale sondaggio “Paure e speranze degli italiani”:

Andiamo al punto: le prime due risposte me le aspettavo, ma la terza mi ha lasciato basito. Dentro di me riecheggiava Carlo Verdone nella scena poi diventata meme “In che senso?”. E sì, gli italiani ritengono l’immigrazione un problema più grave dei cambiamenti climatici.

Ora, tralasciando – ma-neanche-troppo – il dettaglio che il surriscaldamento del pianeta diventerà una delle principali cause di immigrazione su scala globale, rendendo tutto ancora più paradossale, spontaneamente mi sono chiesto quale fosse la causa di tale risposta. 

Insomma, è oggettivo che lo scioglimento dei ghiacciai, la crema solare protezione 80 per le roventi estati del 2050 e l’adulta Greta Thunberg che ci ricorderà ogni giorno che lei ce l’aveva detto, dovrebbero provocare maggiore angoscia di donne e uomini in cerca di pace e, al massimo, di un lavoro che attraversano un tratto di mare quasi equivalente a Civitavecchia-Olbia.

Quindi, perché? Perché la classifica vede l’immigrazione al terzo posto e il climate change al quarto?

Le strade sono due: semplificare e sbraitare contro i politici e l’ignoranza oppure approfondire, scavando. Scegliendo la seconda – altrimenti l’articolo potrebbe finire qui – non sorprende tanto che un politico possa usare il tema dell’immigrazione per fomentare la paura del prossimo come mezzo attraverso il quale riuscire a ottenere consensi. La storia è piena di casi del genere e il Professor Barbero ne ha spiegati diversi nei suoi podcast meglio di come possa fare io.

Ma che i media possano dare adito a qualunque cosa venga detta dai cazzari della politica (nb: Andrea Scanzi ha sdoganato quella parola intitolandoci un libro, per cui mi sento meno in colpa a utilizzarla) senza pensare a quali conseguenza possa avere, mi sorprende. C’è una differenza tra descrivere e analizzare, tra parlare in modo superficiale e approfondire: la sensazione è che negli ultimi anni venga privilegiata la prima modalità, sicuramente più facile e immediata, e quindi in grado di ottenere facili share e click.

La logica è semplice: il politicante di turno scrive sulle sue pagine social, rigorosamente in maiuscolo, “IN ARRIVO FLOTTE DI BARCONI DI CLANDESTINI BATTENTI BANDIERA ARCOBALENO”, proseguendo che “da domani qualunque clandestino si dichiari omosessuale non potrà essere respinto”.

 Disclaimer: ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è da ritenersi verosimilmente casuale.

Questa grafica viene inserita all’interno di un servizio in onda nei telegiornali, con la voce di sottofondo che si limita a descrivere l’accaduto, magari facendo ascoltare un frammento di discorso dello stesso personaggio politico, per poi passare subito al parere di un altro esponente e chiudere il servizio. Stessa dinamica accade nelle pagine social di tanti quotidiani, postando stories con titoli acchiappa-click, ma con una descrizione del fatto ridotta a poche righe.

Tutto finisce lì, in quei pochi secondi, senza né vincitori né vinti. O almeno sembra.

Infatti, nel frattempo milioni di persone hanno assistito, seppur per pochi secondi e distrattamente, a una versione dei fatti distorta che, in caso contrario, sarebbe rimasta nella sola bolla del politicante, con un bacino di utenza di poche migliaia di persone.

Approfondendo, si scopre che quello slogan faceva riferimento all’ultimo emendamento di Laura Boldrini nel “Decreto Migranti”, con il quale si vieta di respingere persone che nel loro Stato possano essere «oggetto di persecuzione per motivi di razza, di sesso, di lingua, di cittadinanza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali o sociali». Detta così, al di là della propria opinione personale, suona in maniera un tantino diversa, non credete?

Quindi, sorge spontanea una domanda: è giusto riportare in modo descrittivo quello slogan con annessa grafica, senza poi aprire una parentesi esplicativa sul fatto, finendo per pubblicizzarlo e fare il loro gioco?

Qualcuno dirà di sì, perché il dovere di cronaca impone anche questo; qualcuno dirà di no, in quanto senza approfondire temi complessi, ma basandosi su una narrativa superficiale e a volte, anche involontariamente, faziosa si corre il rischio di diffondere contenuti non veri, almeno nella versione raccontata, e ingigantire cose che realmente non esistono.

Avete mai fatto caso che quando una persona non italiana commette un reato si tende subito a dargli una provenienza geografica precisa (“ragazzo nigeriano…”, “richiedente asilo siriano…”), spiegando l’accaduto dettagliatamente a inizio puntata o nelle prime pagine, mentre quando accadono fenomeni atmosferici chiaramente riconducibili al cambiamento climatico (solo in Italia negli ultimi 10 anni ci sono stati quasi mille eventi climatici estremi, di cui duecentosette nel solo 2020) se ne parla in modo più generico, magari al termine della trasmissione e quasi astrattamente, come se non ci fosse una diretta correlazione tra loro? 

Nel mondo che vorrei, l’informazione dovrebbe avere il compito di illuminare zone d’ombra, analizzare tematiche sociali che arrivano a punti di svolta, far emergere notizie positive e casi di successo. Raccontare. 

Un giornale o un Tg non può e non deve assoggettarsi alle logiche di un reality show per ottenere share, click o garantirsi una fetta sempre importante di pubblico, perché il rischio è la deriva del riduzionismo, della vittoria del semplice sul complesso.

E in questo contesto, anche inconsapevolmente, si finisce per rimescolare le carte delle priorità e mandare fuori rotta le persone, trasmettendo giorno dopo giorno il messaggio che certe tematiche sensibili, come l’immigrazione, siano più urgenti del dovuto, solamente perché qualche cazzaro per propri fini continua incessantemente a parlarne pur di non affrontare i veri problemi del Paese e del mondo che verrà.