Perché devo vergognarmi di acquistare un test di gravidanza?

Domenica mattina, Cava de’ Tirreni.

Sono in fila in farmacia per acquistare un bene comune. Eppure cerco giustificazioni,  di sfuggire a quegli sguardi che mi giudicano come se avessi peccato. Sento il peso di anni di sentenze verso le donne poggiarsi su di me. Perché, nel 2021,  devo vergognarmi di entrare in farmacia per acquistare un test di gravidanza?

Il teatro è nato con la religione.
E già questa semplice, banalissima affermazione, basterebbe a scatenare il più ampio dibattito tra estremisti e scettici, tra sacro e profano, tra amoralità ed etica. Senza forzarsi ad elaborare la cronistoria di un’espressione artistica ancora così enormemente celebrata (e tuttavia, in costante evoluzione: laddove prima c’erano le arene, ora c’è il divano di casa con le serie di Netflix), il teatro è intimamente connesso alla religione: commedie e tragedie erano rappresentate nelle gare che si svolgevano in occasione delle grandi feste religiose. Insomma.

Da un lato, le rappresentazioni sceniche potevano avere la stessa valenza di un sacrificio, dall’altro, la funzione essenziale della tragedia, era quella di creare, attraverso una rete empatica, di assimilazione, quel processo di “kàtharsis” di cui ha scritto Aristotele. E così, mentre i temi sono le leggende degli eroi della mitologia vecchia di secoli e secoli, la materia si sradica e diviene pensiero sociale, politico, giuridico, religioso della città. Come nel caso dell’Antigone, che rappresenta forse il più alto esempio di contrasto fra la legge di natura e la legge dello stato. E proprio Antigone, è il punto di partenza di questa mia domenica mattina.

Sono in fila in farmacia per comprare un test di gravidanza.
“Non è per me, ho più di diciotto anni” e potrei dire che la persona che me lo ha commissionato ha una relazione stabile con il ragazzo che sposerà, e che ha dovuto delegare qualcun’altro perché momentaneamente impossibilitata; ma mentirei. E ci sarebbero tante giustificazioni, troppe, in un’epoca che non dovrebbe averne. Dentro ci sono due donne, probabilmente sulla cinquantina, probabilmente parenti, sicuramente conoscenti.
Si entra in quattro alla volta e, paradossalmente, il deserto di corpi non conforta, ma angoscia.Come me, in silenzio, aspettano il loro turno.

Il farmacista è giovane.
Lo vedo che sorride dietro la mascherina chirurgica, mi chiede di cosa ho bisogno, glielo dico e strabuzza gli occhi.
“Non è per me. Ho più di diciotto anni. E la persona che me lo ha commissionato…”
Me lo ripeto internamente, mentre mi chiedo perché, a qualsiasi età, e chiunque tu sia, comprare una qualsiasi cosa che possa essere correlata al sesso, un contraccettivo (in un posto in cui vendono contraccettivi), debba essere perscrutato con quello sguardo.

Anche le due donne cominciano a confabulare.
Cercano di indovinare la mia età? Si sono fatte in pochi secondi un’idea di me, delle mie lascive abitudini, della mia noncuranza?Siamo in una farmacia nel centro della mia città eppure mi sembra di ritrovarmi in una bottega di provincia, almeno un paio di decenni fa. Quante volte ci vergogniamo di cose di cui non dovremmo? Le libertà riguardo il nostro corpo, che abbiamo duramente guadagnato, sono spesso contrastate da giudizi morali diffusi.

Ma se sono libera di acquistare un test di gravidanza, anche se avessi meno di diciotto anni, o di acquistare preservativi, perché ogni volta mi pare di essere dalla parte del “male”? Perché ognuno si sente in diritto di sindacare?

“La tua libertà finisce dove inizia quella degli altri.”
E quali ali tarpo, se il mio potere decisionale (quello di non avere un figlio, ad esempio, ma anche quella di postare una foto accattivante sui social, di vestirmi in maniera “diversa” – diversa da chi? Diversa da cosa? Uno, nessuno e centomila. Lo siamo tutti) non arriva nemmeno al metro di sicurezza che ci divide?

Ci si attacca, ci si giudica. Nel regno animale, l’aggressività funge da “stimolo vitale”: sentirsi minacciati spinge ad agire.

Ma come, perché avviene questo agire nella nostra società? Viviamo in una comunità neoliberale. Questo significa che esistiamo prima di tutto in quanto individui, e che a definirci, essenzialmente, è la proprietà privata. E qual è la proprietà più intima che abbiamo?
Il corpo. Territorio delle nostre scelte, dimora della nostra volontà. Sto ferma, cammino, corro. Io, noi, siamo le nostre gambe.E allora la guerra è una spedizione nel corpo dell’altro, un’invasione metaforica che nel caso del sesso si fa più esplicita, più clamorosa, perché meno (per niente) figurata.

Una ragazza che acquista un test di gravidanza, la pillola contraccettiva, una cura ormonale, subisce commenti, sguardi accusatori, perché il suo corpo è stato espropriato e invaso da altri, perché la linea tra giusto e sbagliato è stata spaccata, dilaniata.
(“Ben oltre le idee di giusto e sbagliato c’è un campo. Ti aspetterò laggiù.”, ha scritto qualcuno).

Ma noi possiamo, dobbiamo recidere il cordone ombelicale che ci lega all’etica (spesso di stampo cattolico – e qui torna la religione -) che stabilisce fin da piccoli in quale dei due (dei tre!) campi siamo.Ed ecco Antigone.
Antigone che ridisegna la dimensione pubblica, la sfida, ribellandosi ma senz’armi, nel modo più puro in cui un animo possa osare, al tentativo del sovrano, Creonte, di definirne i confini morali.
Nella tragedia greca, Creonte vieta ai cittadini di piangere la morte del fratello di Antigone. E lei non solo lo seppellisce, squarciando il mondo pubblico, ma rivela il suo pianto, le sue lacrime, davanti alla folla sgomenta, sorpresa, con coraggio, con l’intimità del suo dolore vietato.

E cosa c’è di più intimo di un grido umano? Essere liberi di manifestarsi.

Non siamo solo corpi, non siamo solo case. Nessuna recita e nessuna preghiera. Non c’entra lo spettacolo e nemmeno un codice.

Perché, nel 2021, una domenica mattina, devo vergognarmi di entrare in farmacia per acquistare un test di gravidanza? “Il segreto della libertà è il coraggio.” Anche quello di lasciar andare, di ignorare – come direbbe Gianrico Carofiglio – “con gentilezza”.

“Non è per me. Ho più di diciotto anni.”
Ma che importa?

Ciò che divide le leggi di natura da quelle dello stato, spesso, è il bigottismo di una società ipocrita che s’imbarazza se nel carrello della spesa, assieme al kinder bueno, finisce un pacchetto di settebello sul nastro della cassa del supermercato, ma non si fa scrupoli a memorizzare sul cellulare la foto di Cristiano Ronaldo in déshabillé in una delle sue ultime campagne pubblicitarie (e penso anche all’account instagram di Papa Francesco che tira pollici a una “modella sexy”).

E non c’è niente di sbagliato in entrambe le cose.

di Lorenza Ferraiuolo

Macchiato

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