Le donne dei videogiochi rompono i cliché

C’è stato un tempo in cui le donne erano relegate dentro torri, in attesa che degli eroi arrivassero a salvarle, uccidendo il carceriere per poi sposarle. Nei videogiochi non è più così da tempo.

A me ricorda molto la storia di un certo idraulico, che vestito in salopetta rossa, saltella sui mostriciattoli, alla ricerca della principessa vestita di pesca, per salvarla da una gigantesca tartaruga.

Mi riferisco ovviamente a Super Mario (1985-2020), il quale non ha colpe specifiche, ma che è una lucida rappresentazione del tipico cliché di eroe che salva una dama in pericolo. Una rappresentazione, questa, vista più e più volte, e che a mio avviso depaupera un po’ troppo la reale immagine della donna, marcando eccessivamente su una presunta fragilità. Una visione un filino stancante e noiosa, per non dire asfissiante.

Forse nessuno ci crederà, ma così come esistono le principesse, esistono anche diverse figure femminili nel mondo dei videogiochi. Figure che rompono completamente lo schema, restituendo forza, coraggio e indipendenza e smontando quel cliché con cui abitualmente vengono dipinte.

Non posso fare a meno di chiedermi: ma devono per forza essere soltanto principesse in pericolo? Non potrebbero essere altro? Magari cacciatrici di taglie spaziali? Archeologhe coraggiose e determinate? Regine delle streghe di un regno lontano? Poliziotte che svelano terrificanti complotti? Agenti segreti? Delle ribelli in una società opprimente?

Le possibilità sono innumerevoli, e per nulla banali, e i personaggi femminili nei videogiochi  riescono a restituire quel grado di indipendenza che quel cliché tende a togliere.

Lo stereotipo della donna indifesa, fragile e incapace di reagire nei videogiochi è stato ampiamente superato. 

Come? Dando spazio a figure femminili abili, coraggiose, dall’ingegno acuto e con una sensibilità molto complessa e ben lungi dall’essere banale.

In questo universo, quelle donne un tempo erano chiuse dentro le torri, in attesa di un principe azzurro, adesso sono determinate a uscirne  senza l’aiuto di nessuno, se non delle loro capacità. E non importa se rischiano di morire nel tentativo. Se questo è ciò che devono pagare pur di essere libere da qualsivoglia vincolo, e sia.

Potrà sembrare una idilliaca immagine del mondo videoludico, e non mi stupirei se qualcuno che non avesse mai giocato un videogioco non ci credesse. Ma gli esempi sono tanti e a volte così clamorosi da aver segnato la storia.

Samus Aran, la protagonista della saga di giochi Metroid (1986-2017), è un’ex-soldatessa, che si è data alla caccia di pirati spaziali. E’ divenuta una figura dalla fama leggendaria  nella galassia, tant’è che viene mandata in missioni altrimenti impossibili per altri.

In Super Metroid (1994),  si trova ad andare sul pianeta Zebes, un posto terrificante e ostile, solo per recuperare un virus alieno scappato da un laboratorio.  Samus è iconica perché la sua presenza ha sorpreso l’intera comunità videoludica al tempo. Nessuno sospettava l’introduzione di una donna, e che avrebbe affrontato con coraggio e determinazione con alieni pericolosi, enigmi complessi e situazioni al limite della sopportazione.

Ma la figura femminile che ha segnato la storia dei videogiochi per diverse ragioni, è stata la famosa archeologa  Lara Croft, nella saga Tomb Raider (1996-2018)

Al di là del fatto che la sua figura è stata esageratamente sessualizzata, per via delle forme assolutamente irreali, a fare più scalpore è stata la sua forza, il suo coraggio, la sua sete di conoscenza, la sua ironia, e la sua inarrestabilità.

La sua figura è divenuta iconica, non perché attraente o ricca, ma per la capacità di affrontare avventure ed esplorazioni complesse e pericolose, con il semplice scopo di voler svelare segreti e misteri che nessuno aveva mai scoperto.

Persino nel reboot del 2013, che la vede nella sua prima avventura, timorosa del mondo, vede il soccombere delle sue paure,  evolvendosi in quella figura capace di gestire autonomamente le situazioni più pericolose, e senza che nessuno la soccorra.

Anche altre donne hanno lasciato un segno nella storia videoludica, avventurandosi nelle mille altre possibili direzioni. Ognuno di questi personaggi ha scardinato la porta di quella torre a suo modo, conquistandosi un suo spazio in totale autonomia.

Parlo di personaggi come Chun-Li, della saga di Street Fighter (1987-2016), prima donna ad essere inserita all’interno di un Picchiaduro (i giochi di combattimento).

Oppure Faith Connors, protagonista di Mirror’s Edge (2008).  Per salvare la sorella, incastrata in un complotto ordito dal regime oppressivo,  questa eroina si trova a dover saltare fra i grattacieli, evitando che la polizia la possa catturare.

C’è Joanna Dark, protagonista della saga Perfect Dark (2000), uno dei primi personaggi femminili a ricoprire il ruolo di spia. È considerata, letteralmente, la controparte femminile di James Bond.

Vi è la principessa Jaina Proudmoore, della saga di Warcraft (1994-2020), che non ha mai avuto vita facile, tra diplomazie sfasciate a causa del padre, la perdita dell’amore giovanile a causa della sua corruzione da parte di forze oscure e la sgradevole e sfortunata abitudine dei suoi nemici di risorgere come morti viventi.

L’elenco potrebbe continuare all’infinito, perché le donne dei videogiochi sono tante, e ognuna veste i panni di una particolare avventuriera. E ognuna di queste si scontra con i propri ostacoli, perseguendo un obiettivo, senza che vi sia bisogno di aiuto esterno.

Inoltre sorge spontanea la domanda: chi ha detto che loro vogliono essere salvate?

Bayonetta (2009-2014), protagonista dell’omonimo gioco, non ha nessun motivo di essere salvata: anzi bisognerebbe chiedersi chi salva i mostri da lei. E come lei anche Lara Croft, Samus Aran, Aloy – protagonista del gioco Horizon Zero Dawn (2017) – e tante altre, non hanno bisogno che dei paladini giungano a difendere la loro incolumità.

Le donne dei videogiochi non hanno bisogno di cavalieri venuti da chissà dove, in nome di chissà quale onorevole causa. Loro si salvano da sole. E spesso lo fanno anche meglio di questi sconosciuti, perché sanno quello che vogliono, e sono disposte ad enormi sacrifici pur di ottenerlo.

Le figure femminili dei videogiochi non sono soprammobili o oggetti di sfondo. Sono forze della natura: furie capaci di veicolare enormi energie verso uno scopo; curiose ; coraggiose e sensibili; determinate, ma anche comprensive. Sia che abbiano origini regali o umili,  si sporcano le mani , affrontando in prima linea i pericoli. Portano sulle spalle le responsabilità delle loro scelte, senza delegare obiettivi a nessuno.

Si battono per dimostrare il proprio valore, e non in risposta alle provocazioni di qualche balordo, bigotto e retrogrado.  Si battono perché è a sé stesse che devono rendere conto di ciò che fanno e sono.

Forse la contemporaneità dovrebbe prestare maggiore attenzione alle figure femminili presenti nei videogiochi.

Questi caratteri  hanno da raccontarci qualcosa di prezioso, che spesso ci sfugge: le donne non sono meno eroine degli uomini. Anzi, sono sullo stesso piano.

Entrambi affrontano pericoli ed esplorano luoghi lontani,  scontrandosi con la realtà che hanno attorno. Entrambi perseguono obiettivi, affrontano lutti, superano enigmi.

Si dovrebbe ammettere non sono poi così diversi, uomini e donne, e che quel cliché impoverisce entrambe le parti, perché corrode quel principio di equità che invece dovrebbe unirli.

di Valerio Pelling 

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