La bolla spaziale di Sanremo nell’anno dell’alieno

 

In space no one can hear you scream è il payoff di Alien di Ridley Scott, nel 1979. Nel 2021 Sanremo si staglia dal buio dello schermo televisivo con una scenografia ispirata ad una navicella spaziale per simboleggiare il potere della ripartenza. Perché cito Alien in una riflessione su Sanremo 2021 che non rispetterà i toni dell’horror?

La prima delle cinque serate comincia con il nero dello schermo televisivo. La voce di Fiorello ne alleggerisce il peso, dice che è per un effetto scenico e accese le luci la scenografia si mostra: un’astronave dritta dall’immaginario fantascientifico condiviso. Sanremo prosegue con la lettera di motivazioni di Amadeus e uno show di Fiorello, inizio che setta le aspettative per tutte e cinque le serate: argomento pandemico che farà da cornice e Fiorello che riscopre il piacere del cosplay.

Lo spettatore appassionato noterà che quest’anno mancano due cose: il pubblico e qualcuno che minacci il suicidio per una situazione disperata (che è una diretta conseguenza della DAD). Da qui in avanti e fino all’ultima serata le poltrone saranno trattate come un elemento narrativo, mai più incluse per mostrare la grandezza del teatro Ariston. Fiorello le cita, ci si siede, una sera le riempiono di palloncini e il comico le tortura esplodendo il suo pubblico fatto d’aria – ci ritorneremo – e, infine, l’ultima sera, Gazzè ci si getta contro, come si fa ad un concerto che si rispetti.

Il pubblico assente diventa un tabù concesso al ludico o al satirico.

Amadeus e Fiorello hanno con successo costruito una navicella che galleggia nell’immensità dell’etere, isolata il più possibile dall’esterno. Ora Alien non sembra più una citazione completamente a caso. I cantanti “tamponati” ogni 72 ore, rinchiusi in albergo, i contatti contingentati con i media, le telecamere come pubblico, un festival più simile al Grande Fratello.

Gli artisti non performano più per il pubblico di fronte, come a teatro, ma per gli occhi delle telecamere, che cambiano angolazione, si muovono concedendo al pubblico televisivo punti di vista aerei o ravvicinati, impossibili dal vivo.

Eppure, poche delle esibizioni hanno abbandonato la retorica palco/platea del teatro canonico. Sempre a performare “facendo finta di”, tanto che la seconda sera si è pensato di usare dei palloncini per simulare la presenza. Qui entra in gioco il pubblico diffuso del web che scova un easter egg e lo dona a chi Sanremo non lo guarda e passa il tempo su Instagram.

Ancora, Sanremo, contro ogni volontà critica, si rivela uno spettacolo davvero nazionale.

Il palloncino in questione viene richiamato da una gag di Fiorello, segnando il ritorno del contenuto da Sarnemo al web e dal web a Sanremo, informando chi non segue quei canali social cosa stesse imperversando. Lo sguardo critico dell’utente “memizzatore” che scorge il misfatto e lo sottolinea con un meme si sovrappone allo sguardo del telespettatore che segue la kermesse in un percorso inverso, in cui interessanti sono i soggetti che mediano questo scambio di informazioni: il social e la televisione.

I due sguardi adattano le proprie creazioni al linguaggio e al pubblico che si aspettano oltre lo schermo, entrambi senza nessun pubblico a reagire in tempo reale ma in un costante presente.

In questa occasione, come nei programmi che di struttura non concepiscono il pubblico in studio, social e televisione condividono la stessa problematica del pubblico diffuso, incorporeo, fatto d’aria eppure capace di rispondere con azioni reali seppur digitali.

Chissà cosa è successo a chi ha pensato di gonfiare quel palloncino… L’evento, comunque, non riesce a turbare la bolla sanremese e anzi ne accresce la forza perché ogni cosa che incontra Sanremo diventa sanremese, pure le critiche, e un pene in prima serata, se “indiretto”, diventa passabile ma un bacio omosessuale no.

La navicella è salva, gli scudi sono alzati e alla massima intensità e le comunicazioni con l’esterno rispondono a dovere. L’equipaggio è al sicuro se non fosse che l’alieno è dentro da ancora prima che partisse. Irama.

La difficoltà produttiva di un set, di qualsiasi natura, in tempo di covid supera le possibilità di un dettagliato backstage. Tamponi, distanziamento, mascherine, necessità di contatto, di urla, camerini e dietro le quinte strettissimi per concedere spazio allo scenico.

I più a rischio: tecnici e operatori, chiunque non potesse stare in albergo per la maggior parte del suo soggiorno. Uno dei collaboratori di Irama risulta positivo, Irama viene escluso dalla gara. Ma colpo di scena: Amadeus chiede di mantenerlo in gara usando come token, come segna posto la sua esibizione durante le prove registrate del festival. Genio ma la bolla si è rotta.

Irama sarà l’unico artista nella storia del festival a performare tutte le sere nello stesso identico modo.

Ogni errore, ogni imperfezione, ogni riuscita e ogni fortuna ripetute identiche ogni sera. E noi l’unico pubblico ad avere ogni sera la stessa versione e visione di un artista, senza cambi d’abito, senza cambi d’emozione, senza movimento. È vita non viva che si concentra su cosa renda viva la vita, come il cinema.

Se riprendiamo Benjamin, luminare degli studi delle arti nei nuovi media: la performance di Irama perde l’aura di un’interpretazione dal vivo.  Tutto questo nonostante sia mediata dal dispositivo televisivo e qui la cosa si farebbe complicata e guadagna la possibilità di essere eterna. Nelle tre sere in cui si esibisce, Irama non cambia e ciò ci permette di osservarlo con uno sguardo privilegiato. Possiamo studiarlo, così come i video sul web, sempre replicabili nella stessa, immutabile forma.  Possiamo farlo grazie a un dispositivo che ci promette la diretta, il live , che significa anche “vivo”.

Irama rappresenta la specificità di  un momento storico, in cui molti si ritrovano ad ascoltare uno schermo che non è come uno specchio d’acqua ma è imperturbabile come il metallo.

Tutto questo sempre ammesso che si rispetti il codice dello spettatore che guarda Sanremo e non cambia canale. In quel caso, il live viene interrotto dalla macchinica possibilità di montare due testi non contigui insieme – ma questa è un’altra storia.

Irama è l’ospite che porta in grembo l’alieno e non lo sa finché non gli buca l’addome e, contro la sua volontà, si palesa. Non è il virus: è la situazione mediale al momento del coronavirus.

Fiorello scherza dicendo che è un “Sanremo in DAD” ma niente fu più vero: una pantomima che parla ad un pubblico di icone. Sanremo, il pene-palloncino e Irama.

 

di Roberto Pisapia 

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