“Vergangenheitsbewältigung”

In molte lingue esistono diverse parole il cui significato è quasi impossibile da rendere in un’altra lingua, sono le cosiddette parole intraducibili.Sostanzialmente significa che tali parole racchiudono concetti che non trovano una perfetta equivalenza in nessun termine della lingua di arrivo.

Questo fenomeno accade molto spesso nella traduzione perché a volte i concetti sono figli di un’idea o di un sentimento che deriva da una determinata cultura e che, quindi, si possono esprimere solo nella sua lingua. Esprimono un’esperienza non condivisa da un’altra cultura, e quindi, da un’altra lingua.

Nella lingua tedesca vi sono tantissime di queste parole, complice la frequente costruzione di neologismi, di cui ha beneficiato anche la filosofia. Una di queste parole è Vergangenheitsbewältigung.

Una parola molto forte, carica di significato, piena di vissuto e di esperienza che poteva nascere solo nel contesto in cui effettivamente è nata. Letteralmente significa “superamento del passato”. Tradotto in questo modo potrebbe essere molto semplice e banale in quanto “Vergangenheit” significa “passato” – s morfema di raccordo tra le due parole – e il verbo bewältigen, da cui deriva il sostantivo Bewältigung, significa “superare, risolvere, venire a capo”. A dispetto di quello che si possa interpretare, non indica un mero superamento del passato, quasi a voler chiudere un capitolo e andare avanti facendo finta non sia mai successo. Tutt’altro.

Questa parola nasce in Germania nel secondo dopoguerra riferendosi alla volontà di andare avanti dopo quello che era successo nella Germania nazista.

C’è stato un periodo in cui i tedeschi non volevano ricordare, volevano solo eliminare e dimenticare quello che era successo. Furono i giovani, i ribelli del ’68 a voler ricordare, a voler conoscere come fosse potuto accadere. La parola Vergangenheitsbewältigung iniziò ad assumere un’accezione meno negazionista o ignava e più riflessiva e consapevole, quasi come un monito. Oggi è un concetto diffuso in Germania che esprime la riflessione critica sull’Olocausto, induce alla consapevolezza e alla responsabilità. Obbliga a soffermarsi sulla storia senza fuggirne, esorta a non eliminarla e non negarla. Bisogna accettare la storia e tutto ciò che implica, conoscerla e consapevolmente farne un insegnamento per il futuro. La parola ha in sé una tensione verso il futuro, verso l’oltre ciò che è successo. È un’elaborazione del passato, come spiega meglio la traduzione inglese “working through the past”. È un esercizio costante che serve a migliorare il proprio approccio con la storia e soprattutto con il futuro.

Questo concetto nasce da una vera e propria “struggle to overcome the past”, un passato di cui vergognarsi e per cui inorridirsi, un passato che ha lasciato segni indelebili nelle coscienze dei tedeschi.

Una guerra, una tragedia. Oggi noi non siamo responsabili della tragedia che ci è capitata ma è ugualmente un episodio della storia senza precedenti. Lo stiamo vivendo e già ci sono delle differenze in noi.

Sono cambiate molte cose e questa pandemia ci ha segnato fortemente le nostre vite e le nostre menti. C’è chi si chiede se si ritornerà alla presunta “normalità” e chi sa per certo che nulla sarà più “normale” e che non si potrà far finta di nulla come se non avessimo vissuto un inferno.

Ma probabilmente dovremo fare i conti anche noi con tutto ciò e non lasciarcelo alle spalle. Dobbiamo trarre beneficio da ciò che ci ha insegnato e  utilizzare tale spinta per superare il passato. Forse questa parola portatrice di questo concetto può essere utile anche per noi, oggi, per quell’incitamento a reagire, a lottare e lavorare, ad una riflessione attiva. Come è successo ai giovani sessantottini, forse anche oggi serve la sete dei giovani, la volontà di rispondere a tutto ciò, di andare oltre e portare il futuro dalla nostra parte, con consapevolezza e voglia di costruire.

di Gabriella De Rosa 

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