How I Met Your Beer: la birra attraverso la pubblicità

Bionda o rossa, amara o acida, da pub o da ristorante? 

Dispiace deludere i malpensanti, nessuno stereotipo di genere è stato scomodato per questa introduzione. Si parla di birra che da una decina di anni sta acquistando crescente importanza nel panorama italiano, infiltrandosi in quei luoghi dove il vino aveva da sempre rappresentato l’unica scelta possibile.

La birra, infatti, non ha mai goduto di grande stima, sia da parte degli intenditori che dei consumatori occasionali. Era percepita come qualcosa di industriale, tutta uguale, da bere nei momenti di goliardia. 

E tutto questo aveva un senso fino a pochi anni fa.

La tendenza, però, è cambiata e questo prodotto ha vissuto almeno tre fasi evolutive: dal concetto di birretta si è passati a parlare di birra, fino ad arrivare ad un ultimo livello di complessità, la birra artigianale (semicit. Massimo Barboni, Direttore Birra Castello). 

Ok, magari vi possono sembrare fantasticazioni di chi cerca di giustificare i propri problemi con l’alcool. Probabilmente lo sono. Tuttavia, c’è una inconfutabile prova di quanto scritto: la pubblicità.

Specchio della nostra società, questa rappresenta la più grande ed interessante testimonianza di ciò che più volte è stato definito il fenomeno della craft beer (r)evolution (“ma perchè dobbiamo usare sempre questi inglesismi?” cit.).

Partiamo dagli albori e proseguiamo fino ai giorni nostri, fase per fase e pubblicità per pubblicità, rappresentando al meglio questa evoluzione:

Una Birretta

Renzo Arbore, anni ‘80 e una birra in mano in diversi contesti, mentre spiega perché berla è sempre una scelta giusta: dopo lavoro, dopo palestra, ad un appuntamento con una donna in un bar scrauso o addirittura prima di mettersi in macchina per guidare (tocco di classe). 

“Meditate gente, meditate” e il suo faccione fuori dal finestrino sarebbe diventato un meme perfetto al giorno d’oggi. 

Fateci caso: le caratteristiche a cui fa riferimento il noto attore sono prive di qualsiasi dettaglio e completamente generiche. Bassa gradazione alcolica, poco calorica, fresca e dissetante, buona. Nessun riferimento a un brand in particolare o qualche caratteristica specifica, come l’amarezza o le note aromatiche, così per dire eh. 

Né più né meno di una limonata o di una Coca-Cola.

Questo è un punto importante: in quegli anni la birra non aveva ancora un significato preciso, un’identità o una posizione di qualche tipo, come il PD per intenderci.

Era una bevanda tra le altre, era una birretta.

Una Birra

Anni ‘90. Marcello Tusco, il baffo più famoso d’Italia, beve una Moretti mentre ci racconta come stia bene con i suoi amici perché “sono schietti e sinceri”, come la sua birra. Dito sul baffo per pulire la schiuma e sipario calato.

Il claim scelto dalla Moretti può sembrare oggi discutibile (per quale motivo una birra dovrebbe essere “schietta”?). Tuttavia, spiega perfettamente il trend che la birra stava attraversando in quel periodo storico: il contenuto della bottiglia aveva ancora nessun valore. Però, esisteva un marchio forte e un racconto chiaro, narrato attraverso la colonna sonora da un gruppo di amici.

La birra inizia a diventare un simbolo di internazionalità, di modernità e di aggregazione. Erano quelli gli anni in cui la globalizzazione iniziava a manifestare i primi segnali e i viaggi all’estero diventavano sempre più frequenti, spesso in Paesi in cui la birra aveva una storia e una identità forte, avvantaggiata dalla minore importanza del vino in altre aree d’Europa (vedasi Regno Unito, Germania, Paesi Bassi, ma anche Spagna). 

Per questo motivo, è possibile tracciare qui, tra gli anni ‘90 e i primi 2000, il passaggio da birretta a birra, da Renzo Arbore all’iconico Baffo Moretti, bevanda qualsiasi a simbolo di emancipazione.

Birra artigianale

Estate 2019, Sicilia, un dialetto marcato e una serie di immagini rappresentative della regione. Una birra che ha il colore del sole e il sapore del mare. 

Un racconto dettagliato che culmina con l’enfatizzazione di un ingrediente, i cristalli di sale, che la differenziano da tutte le birre e la rendono unica.

Poesia, legame con il territorio e un insieme di metafore che bene raccontano il prodotto mai si erano viste nelle pubblicità precedenti. Queste mostrano un periodo storico, come quello attuale, nel quale scegliere una birra può essere qualcosa di complesso e che richiede tempo.

Ovviamente, birra Messina è industriale. Non sono ubriaco, ancora. Tuttavia, c’è una tendenza verso l’artigianalità nella ricerca delle materie prime e nell’innovazione. Altri esempi possono essere la Peroni Cruda o l’Ichnusa non filtrata: queste riprendono la caratteristica principale delle birre artigianali che, per essere così definite, non devono subire il processo di filtrazione (senza entrare in tecnicismi da secchione).

Grande merito di questo fenomeno va dato ai micro-birrifici.  In progressiva espansione, a macchia di leopardo, nel territorio italiano. Tra una vigna e l’altra. Questi hanno portato avanti un processo di sperimentazione e ricerca senza precedenti, riproducendo stili esteri o rivisitandoli a partire da materie prime locali.

Oggi troviamo birre acide, agrumate o ai sentori di caffè, birre con tantissime varietà di luppoli maniacalmente scelti, limpide o torbide, in bottiglia o in lattina. Birre con i limoni di Sorrento o con le Nocciole Piemontesi, con gli avanzi del Pane di Altamura.

Una vastità di stile e prodotti diversi, simbolo di contaminazione, prima di tutto culturale. E questa è stata la vera chiave dell’ evoluzione, spingendo anche i birrifici industriali – antiquati e piatti nelle loro produzioni – a innovarsi e alzare l’asticella, portando il mondo birra negli ultimi anni ad una dimensione nuova e universale.

Ed è solo l’inizio. Cheers!

di Fabrizio Fiorillo

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