A 20 anni, quanto è bello avere paura?

Più sei leggera e meno sei superficiale”, canta Enrico Roberto detto “Carota” de Lo Stato Sociale in un pezzo che in altri tempi avremmo ascoltato ad un concerto, con in mano una birra e il braccio cinto sulle spalle di qualcun altro, mentre un gruppo di amici si abbraccia e una coppia canta a squarciagola.

Leggerezza e superficialità.  Due paradigmi tipici di un’età delicata, che la venuta di Zuckerberg ha  totalmente sconvolto attraverso nuove regole. Un ballo continuo tra due essenze che permettono a quel Titanic di emozioni che è oggi un (Post)Millennial di urtare gli iceberg di un mondo in crisi  senza affondare. È attraverso queste  che coltiviamo  aspirazioni e speranze.

Leggerezza e superficialità, istantanee di comportamenti spesso giudicati troppo frettolosamente, puntando il riflettore sulle azioni e lasciando dietro le quinte le ragioni alla base di un comportamento, in un contesto in cui l’introspezione viene surclassata dalla frenesia degli eventi, lasciando spazio a comunicazioni incomplete, scelte approssimative ed emozioni confuse.

Leggerezza e superficialità, armi con cui questa generazione viene ipocritamente attaccata ormai da un anno da coloro che, in un’altra epoca, hanno posto le basi per l’incerto presente che viviamo, puntando il dito contro il ventaglio di comportamenti che rappresentano la natura di un (Post)Millennial.

Le retoriche giornalistiche e  politiche accusano i giovani di irresponsabilità, nel frattempo abbandonandoli a se stessi,  o peggio ancora,  ricordandosene come capri espiatori. Secondo vari studi condotti in tutto il mondo, i giovani sono la fascia demografica più colpita in assoluto in termini di salute mentale con effetti definiti “sottovalutati” e “devastanti”: secondo l’Università di Pittsburgh, su un campione di 682 studenti, dall’avvento del Covid-19 i casi a rischio di depressione sono aumentati del 90%.

Per trattare adeguatamente un tema tanto sensibile quanto urgente, abbiamo fatto una chiacchierata con lo psicologo dott. Gianmaria Bartiromo: cercheremo di approfondire i dubbi e le incertezze di un millennial, con la mediazione di una figura che, per professione, maneggia il mixer delle emozioni e delle pulsioni umane, cercando di far coesistere in armonia attitudini come la leggerezza e la superficialità con il mondo interiore ed esteriore.

In poche parole, un deejay munito di lettino e taccuino.

  • Iniziamo sottolineando il potere delle parole. Vorrei avere una tua opinione su come la comunicazione abbia funzionato, o meno, in questi mesi, puntando il dito contro una dialettica molto avventata. Qual è l’importanza della comunicazione in un momento storico come questo, dove una singola parola ha il potere di cambiare radicalmente gli umori?

“Le parole sono il pane dell’anima e della mente. Quelle utilizzate dagli enti governanti per comunicare il disagio vissuto sono state incisive. A parer mio, ciò è stato fatto per cercare di indurre una paura “responsabile”. Questo purtroppo non è bastato: lasciare il timore del non-conosciuto fuori ha permesso che nelle proprie stanze questo sia divenuto un mostro. C’è stato il bisogno di contenerlo con la ricerca personale sul pericolo, cercando di identificare le sue dimensioni reali, non sempre con successo.

Le parole sono importanti. Avendo a disposizione un tempo più esteso, tanti hanno avuto l’occasione di trovare le parole per raccontarsi alle persone vicine: quando questo non è stato possibile le emozioni negative hanno avuto il sopravvento, non avendo trovato una via attraverso la parola. Ascoltandosi ci si può rendere conto che qualcosa nella propria interiorità si è mosso e sta premendo per emergere.“

  • Il ritorno in famiglia è visto come una sospensione rispetto a quella che è la propria vita di tutti i giorni, per questo assume una connotazione così negativa: “io sto dirigendo la mia vita in questo modo e all’improvviso torno indietro, senza strumenti per riadattarmi come vorrei”.

”Lo è. Nella maggior parte dei casi il ritorno a casa è vissuto come una sospensione. Uno spazio di pausa tra il sé di ora e il sé di allora. Il mio invito è di riflettere sulle possibilità positive che ha il ritorno in certi momenti di vita, specialmente per coloro che hanno visto i propri percorsi interrompersi bruscamente e si sono sentiti smarriti, percependo di essere costretti a tornare indietro. Questo ha causato un sentimento di sospensione, di non comprendere dove si è.

In questi momenti ad aiutarci c’è la speranza. Mi viene in mente la figura della Spes di Giotto, raffigurata a mezz’aria, sospesa, come una donna che ha delle ali piccole che non permettono di spiccare il volo, trovandosi poco lontano da terra e molto distante dal cielo. Non è possibile tornare indietro, qualcosa è stato perso, e ora è il momento di comprendere cosa non è più, lasciarlo andare, cercando strade nuove che ci rappresentino e che conservino le nostre esperienze. La sospensione c’è stata o c’è ancora, aiuterebbe un po’ tutti ritrovare la speranza ed aprirci a nuove possibilità.“

  • L’andamento altalenante delle restrizioni ha messo a dura prova la tenuta psicologica del paese, soprattutto nei ragazzi. Ci si sente come bagnanti di un mare in tempesta: arriva un’ondata e ne siamo in balia. Finita, pensiamo che tutto sia passato, ed ecco che ne arriva un’altra. E un’altra ancora. Come meccanismo di difesa a volte si arriva a una sorta di adattamento, senza vedere né voler vedere una via d’uscita per smorzarsi gli entusiasmi, da soli. Cosa succede?

“Ogni vita è unica e alcune storie si assomigliano. Sicuramente è un periodo in cui abbiamo pensato un po’ tutti prima di non volerci adattare e poi di doverlo fare. Poter fare esperienza di una piccola rifioritura, nel periodo estivo, è stato quello che ci ha fatto cadere a terra, perché con l’aumento dei contagi in maniera esponenziale a Ottobre è arrivato il momento di ritornare in casa. Da quel momento sembra che tutto si sia incistato: “ecco, sarà così e non torneremo indietro”.

Tu hai parlato di ondate, come vengono descritte dalla cronaca. Non le definirei ondate, anzi. Con dei pazienti ho potuto constatare che è una costanza, non ha un momento up e un momento down, c’è sempre ed è continua, relegata a una singola dimensione. Credo che per molti questo potrà essere un momento in cui ci si sente fermi, che non si può.

Mentre prima pensavamo di adattarci ora, che lo abbiamo fatto forse troppo, il mio invito è di non chiudere definitivamente la porta, non lasciarsi andare alla resa, conservando e sopportando la frustrazione. In questo modo mi auguro che ciascuno riesca a coltivare la speranza che un domani potremmo tornare a riabbracciarci. Il rischio dell’adattamento totale a questo periodo è quello di accettare l’isolamento e la solitudine, che rappresentano un rischio per la salute psichica di ogni individuo.“

  • La cicatrice che ci porteremo addosso la notiamo già pensando alla normalità pre-Covid come un’eccezionalità. Un adattamento alla distanza sociale crea un pericolo che potrebbe vedersi nel tempo, coltivando solo gli interessi e gli affetti che fanno parte della propria capanna, della propria zona di comfort. Come uscirne?

“La capanna protegge, è un luogo sicuro. È il luogo dove si può stare tranquilli, dove si hanno le proprie stanze e ci si ripara dai pericoli esterni, ma è anche vero che non può relegarsi la vita in uno spazio determinato, perché la vita si esprime attraverso la scoperta.

Bisogna sforzarsi, non è facile perché richiede di conoscere e riconoscere le proprie paure. Solo attraverso ciò ci si può trasformare. Magari si può pensare di ampliare la capanna, trovare man mano dei luoghi che possano farne parte, come ad esempio la propria città: non dobbiamo essere per forza tutti quanti Indiana Jones, basta guardare fuori dalla propria finestra e già si può scoprire qualcosa che arricchisce il proprio mondo, poi decideremo se guardare ancora più in là o meno.“

  • Noi giovani siamo stati spesso e volentieri sacrificati senza remore, come se il nostro valore venisse messo continuamente a dura prova: non siamo né tutelati, né autosufficienti, né rappresentati. Tacciati da untori, nullafacenti, irresponsabili, nonostante fossimo la generazione a cui è stato tolto forse di più. Come si deve sentire in questo momento un ragazzo quando il suo valore non viene riconosciuto né protetto?

“Rispetto al tutelare il presente, senza tener presente il futuro, si. Credo che sia stato fatto effettivamente questo da classi dirigenti che hanno salvaguardato la propria realtà, il proprio mandato e i propri anni. La visione verso il futuro è stata ristretta e concentrata sul presente. Il compito è molto duro, ma sono tutti perfettamente consapevoli di quelli che saranno gli effetti negativi futuri degli interventi presenti.

L’irresponsabilità è stata una risposta ad un periodo di chiusura, negazione rispetto a un periodo di perdita che si è avuto. Fare tutto come prima più di prima, perché io mi ri-conosco e mi ri-trovo. Non è stata una scelta totalmente razionale e senziente di quell’età e di quel tempo. È sicuramente facile giudicare, lo è di meno limitare il giudizio collegando gli eventi.

Le politiche colpevolizzanti che ci sono state nei confronti dei giovani rispetto ai contagi le vedo come uno scarico di responsabilità in cui è stato facile puntare il dito contro una generazione fragile. Gli eventi non sono casuali, ma causali, un senso adulto di autocritica d’esempio per i giovani non c’è stato.

Non è facile essere millennials in questo momento. Già in condizioni solite è difficile passare dall’adolescenza all’età adulta, se aggiungiamo un ingrediente come quello della pandemia fuoriesce una ricetta difficile da preparare, con tempi molto lunghi e momenti difficili.“

  • Eppure siamo stati tutti trattati come ragazzini a cui raccontare la favola della buonanotte, senza distinzione d’età. Non è stata sottolineata in tempo la gravità di quello che stava accadendo, e quando è stata compresa non si è avuta troppa cura dello stato di salute mentale delle persone. Proclami affrettati, bombardamenti di opinioni contrarie, continua caccia al colpevole, senza che mai nessuno abbia detto “non siete soli, sappiamo che ciò che volete veramente è un semplice abbraccio” (Regina Elisabetta, dicembre 2020). Sarebbe meglio lavorare con la verità o fornire un palliativo?

Mi viene in mente lo slogan “Andrà tutto bene”. L’ho trovato ogni volta falso. Col cavolo che andrà tutto bene, col cavolo che quelle famiglie che hanno visto la morte dei propri cari in questo periodo staranno bene. A chi volete raccontare questa grande bugia?

Non parlare in anticipo di quelli che possono essere i risvolti negativi di un evento li rende non riconoscibili, non pensabili e quindi non risolvibili. Si spera che un domani lavorare con la verità possa dare una prognosi più positiva. Tanta gente è morta, tanta gente non ha più un lavoro, tanta altra gente non può dare un futuro ai propri figli che si sentono persi, tanti anziani non hanno più la possibilità di essere curati come sarebbe giusto. È il momento di rimboccarci le maniche.

  • Tanti comportamenti sono ormai causati da un’isteria nei confronti della chiusura, non vi è più un’ordinarietà. Stiamo facendo uscire una versione di noi stessi che cerca di aggrapparsi a poche certezze o di crearsene nuove in maniera estemporanea. Quali sono state le principali alterazioni dei comportamenti soliti che ti trovi ad osservare da psicologo?

”È spaventoso l’aumento di suicidi. È spaventoso l’aumento dei disturbi di dipendenza soprattutto da internet. C’è la diffusione degli Hikikkomori, giovani che si relegano all’interno della propria stanza senza volere nessun contatto con l’esterno. Aumentano le difficoltà legate all’alimentazione, molti sopperiscono a mancanze relazionali ed emotive attraverso il cibo. Sono in aumento la paura e il timore, per la propria salute e per la salute delle persone che amiamo. La dimensione della paura di farsi e fare del male è aumentata tantissimo. Queste sono le situazioni che mi si sono palesate più di tutte, ma ce ne saranno state anche tante altre.”

  • Di per sé la depressione è un momento di crescita, e se questo momento sia la depressione del pianeta Terra? Forse il mondo non sarebbe cresciuto se non ci fosse stato un momento del genere.  Il tunnel ha una fine e c’è un mondo lì davanti. Il dopo sarà ancora meglio?

”Non lo so. Il pericolo si cela nella negazione.Hai fatto un parallelismo tra la depressione come momento di crescita e la depressione del mondo e dell’umanità in questo momento storico. Non ne sono sicuro.

C’è una luce in fondo al tunnel, ma sta a noi fare una critica di ciò che sta accadendo, per trarre il meglio da questa esperienza che non sono sicuro ci arricchirà tutti.

Anzi. Per molti sarà una fonte intensa di impoverimento, per altri potrà essere un momento di riflessione per poter partire più veloci di prima. Sta a ognuno di noi cercare di comprendere il momento che sta vivendo personalmente, per poi poter domani prendere in mano la propria vita e portarla nella direzione desiderata.

C’è bisogno di speranza, come la Spes di Giotto che abbiamo citato prima, e, anche, di una buona dose di fortuna, ma il nostro contributo è necessario e importante. Il mio invito è cercare di trarre il meglio da quest’esperienza che è stata e può continuare ad essere lacerante, ma può aprire delle porte che prima non erano visibili, come può anche non farlo. Sta a noi muovere il pomello.”

 di Guido Monaco e Gianmaria Bartiromo

(Oltre a collaborare col settore giovanile della Cavese Calcio e con l’associazione “La casa delle donne”, Gianmaria Bartiromo è attivo online sulla piattaforma unobravo.net ed è reperibile per email (gianmariabartiromo@gmail.com)

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