Robert Capa, il fotografo della guerra

Robert Capa
Robert Capa

L’ungherese Endre Ernő Friedmann, meglio conosciuto come Robert Capa, è stato un fotogiornalista  che ha dato una nuova veste e una nuova direzione al reportage di guerra. Capa visse una vita piena di stenti, tanto da ritrovarsi, all’inizio della sua carriera, con una lettera di   sfratto e con soli 25 centesimi in tasca, aspettando sdraiato accanto al telefono che questo squillasse per un lavoro.

Ottimo oratore, dotato di fantasia,  amato dalle donne e giocatore d’azzardo, il fotografo ha saputo coniugare nelle sue spedizioni talento e passioni.
Grazie alla sua naturalezza e  il proprio sguardo l’estetica del fotogiornalismo ha vissuto una rivoluzione senza ritorno.

Tra i suoi più importanti reportage, c’è la documentazione dello sbarco in Normandia dove avanzò assieme ai soldati appena sbarcati, tra le onde e  le pallottole.

Scattò quattro rullini affidandosi ad una Contax II che conosceva particolarmente bene. Il servizio era per il famoso magazine “Life”. Sfortunatamente, però, l’apprendista sviluppatore a cui furono affidati non essiccò tutti i rullini, una parte fondamentale del processo di sviluppo, rovinando tre rullini dei quattro. Di quell’unico film rimasto si salvarono undici fotogrammi, in seguito chiamati “The Magnificent Eleven”. Undici fotografie macchiate per via dell’acqua penetrata e mosse per la paura di essere colpito da un proiettile, “Leggermente fuori fuoco” fu la didascalia pubblicata sulla rivista. Tra i suoi trenta e quarant’anni, Capa donò un enorme contributo al giornalismo  come testimone oculare di numerose guerre.

Nel 1947 fondò assieme ad altri quattro fotografi, tra cui Henri Cartier-Bresson, una delle più importanti agenzie fotografiche del mondo: la “Magnum Photos”.

L’ agenzia venne costruita con un’etica professionale rivoluzionaria per l’epoca: le immagini scattate rimanevano di proprietà del fotografo Magnum e non delle riviste che le pubblicavano, permettendo all’autore maggiore autonomia nella scelta di temi, soggetti e stili.

Capa fu inoltre legato da un sodalizio professionale e sentimentale alla fotografa tedesca Gerda Taro. Entrambi di famiglia ebraica, si conobbero a Parigi negli anni Trenta. E fu proprio lei a “creare” il personaggio del fotografo americano Robert Capa, pseudonimo che Endre Ernő Friedmann utilizzerà da quel momento.
Morì travolta da un carrarmato “amico” mentre documentava la Guerra civile spagnola: fu la prima fotoreporter donna scomparsa in guerra.

La forza del grande fotografo è visibile grazie al suo lavoro – una delle poche cose che lo facesse sentire vivo.

Si pensi alla sua citazione più famosa:

“Se le tue fotografie non sono all’altezza, non eri abbastanza vicino”.

Fu proprio il suo spingersi oltre i limiti, il voler entrare sempre più nell’azione a portarlo su quella collina il 25 maggio del 1954 durante la documentazione della Prima Guerra d’Indocina.

Lì, su quel colle, Capa armò per l’ultima volta la sua macchina fotografica e scattò l’ultimo fotogramma. L’ennesimo passo sul campo di guerra armò una mina e pose fine alla vita di uno dei più grandi fotografi della storia.

Venir strappati alla vita così giovani, Capa 41 anni e Gerda 27, vittime della guerra.  Erano lì per lavoro come lo erano anche i soldati ma, finita la guerra nei campi rimangono solo mine, ordigni inesplosi e residui bellici.

Per quale motivo dopo così tanti anni ci sono ancora vittime di ordigni inesplosi? Perché vengono ancora finanziate le imprese produttrici di mine antiuomo?

Le mine anti uomo non sono finite con lo sbarco in Normandia e il sacrificio di Robert Capa. E’ ancora possibile trovarsi nel posto sbagliato e ogni anno i candidati per cadere nella trappola invisibile delle mine antipersona aumentano. Perdere la vita per una bomba, farsela strappare da un congegno così subdolo è spesso solo un “caso”. Non poter dare il proprio contributo al genere umano perché proprio il genere umano ha prodotto un’arma per impedirtelo è un’assurdità a cui le popolazioni che abitano le zone di guerra sono abituate.

di Giulian Pisapia

Lascia un commento